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Al teatro Leonardo di Milano la prima nazionale di Alcesti

ALCESTI – UNA DONNA – PRIMA NAZIONALE dal 5 all’8 marzo 2020 al  Teatro Leonardo produzione MTM Manifatture Teatrali Milanesi
da Euripide – una riscrittura di Filippo Renda – regia Filippo Renda
con Luca Oldani, Beppe Salmetti, Mattia Sartoni, Irene Serini

scene e costumi Eleonora Rossi – luci Fulvio Melli
consulenza scientifica Maddalena Giovannelli
direttore di produzione Elisa Mondadori

uno spettacolo Idiot Savant
produzione Manifatture Teatrali Milanesi
con il sostegno di Qui e Ora Residenza Teatrale

Alcesti – una donna
Un accurato lavoro sulla trasformazione del testo, sulla scelta dei costumi e delle scene apocalittiche
4 attori in scena che interpreteranno 9 personaggi
62 giorni di lavoro
6 mesi di prove

Alcesti (in greco antico: Ἄλκηστις, Álkēstis) è una tragedia di Euripide, rappresentata probabilmente alle Dionisie del 438 a.C. (è la tragedia euripidea più antica giunta a noi).

La sua tetralogia tragica comprendeva anche le tragedie Le Cretesi, Alcmeone a Psofide e Telefo. Di solito, le tetralogie si concludevano con un dramma satiresco: in questo caso il suo posto fu occupato da una tragedia a lieto fine come Alcesti. Alcuni critici, spinti da questo particolare e da altri (ad esempio il tono un po’ farsesco del personaggio di Eracle) hanno ritenuto che l’opera non fosse affatto una tragedia, ma un dramma satiresco. Altri, invece, hanno considerato il dramma come una sorta di “fiaba”, in quanto Apollo, già nel prologo, ne annuncia il lieto fine.

Admeto: l’egoismo e la connivenza
La generazione dei figli di fronte a quella dei padri. Figli delusi e isolati da un lato, padri narcisi e distanti dall’altro. Dove trovare un archetipo di questo rapporto? Forse in Admeto e Ferete, un figlio che vuole prolungare la propria esistenza e un anziano padre che non sacrifica la propria vita ormai giunta alla maturità per salvare quella del figlio. L’archetipo regge, ma il risultato è sorprendente: Ferete, seppur anziano ama profondamente la vita e ad essa è attaccato come ogni essere umano dovrebbe, cosciente del fatto che si tratti di un’esperienza passeggera e sempre prossima alla fine, indipendentemente dall’anagrafica.

Ferete fa parte di quella “Grecia dei padri e degli eroi”, una società che ha sempre guidato le redini del proprio destino, nella buona o nella cattiva sorte. Admeto, il figlio, il giovane “nel pieno delle energie”: il postulante. Lui ha avuto la fortuna che un Dio non solo gli annunciasse la sua prossima dipartita, ma che gli proponesse anche di aver salva la vita in cambio di quella di un volontario. E perché, in nome di cosa, un qualsiasi essere umano dovrebbe rinunciare al proprio bene più prezioso, in favore del re di Fere? Il paradosso stesso che lo coinvolge lo rende indegno di tale onore: può un uomo che pretende la vita altrui in sacrificio per aver salva la pelle essere meritevole di un tale sacrificio? Admeto è l’egocentrico, sempre al centro del proprio mondo e di quello degli altri; non rifiuta il sacrificio della propria sposa,

Alcesti, madre di figli ancora in tenera età. Aggredisce chiunque decida di muovergli critiche, ma rifugge in maniera abilissima qualsiasi pericolo. Admeto è un finto eroe, che supera le proprie prove grazie all’inganno: la stessa Alcesti è stata da lui conquistata soltanto tramite l’aiuto del Dio Apollo. Ci rivediamo in quest’uomo, un proto-Amleto che mai agisce, ma che chiede al Mondo di agire per lui. Cosa stiamo facendo per prenderci la vita che ci è stata data in sorte? Ferete dice al figlio, nella battuta più emblematica di tutto il dramma: “Con sorte fausta o infausta a te stesso nascesti”.

Note di regia
“Mi sono avvicinato ad Alcesti con lo spirito del figlio che pretende dal padre – dai padri – tutto, persino la vita. Guardavo con sdegno il genitore di Admeto che, anziano, non rinuncia alla propria vita per salvare quella del figlio. Sentivo passare dentro di me il grido di una generazione che accusa i padri di non volersi fare da parte, di non volere lasciare spazio, di non decidersi ad andare in pensione, di non “morire” per i propri figli. Questo grido non mi ha solo assordato, mi ha anche accecato: ha fatto sì che io non mi accorgessi che accanto a me, che accanto ad Admeto, ci fosse una persona, una donna, che stava effettivamente rinunciando alla propria vita pur avendo tutto da perdere: marito, figli, giovinezza, bellezza, l’amore di un popolo intero. Non mi accorgevo che Alcesti stava provando a compiere una rivoluzione. Mi è poi parso di capire di non essere stato il solo cieco: nessuno dei personaggi attorno a lei se ne cura; si disperano, piangono, urlano, ma nessuno le chiede: perché? (…) È questo il dibattito che ho deciso di porre al centro della mia riscrittura di Alcesti: spesso ci si ritrova a muovere delle accuse, a urlare pretese, ad appellarsi alla giustizia o al perdono, ma difficilmente ci si interroga su quello che si fa di ciò che si è. Credo che in un periodo storico in cui risulta più facile ricercare dei nemici piuttosto che analizzare le proprie responsabilità, questo dibattito possa risultare efficace nonostante sia mediato dal mito. Per questo ho deciso di eliminare radicalmente ogni riferimento al mito, facendo in modo che nessun personaggio o luogo venga mai nominato per nome, ma attraverso la sua funzione contingente, per far sì che il pubblico possa concentrarsi su ciò che vede senza perdersi nella letteratura e nei pregiudizi in essa contenuti. Unica eccezione è Alcesti, chiamata per nome tredici volte durante tutta la tragedia, perché la tragedia è quella di Alcesti, unica donna in un mondo di uomini ad affrontare con forza le proprie responsabilità.”
Filippo Renda

Il lavoro
In seguito a una prima fase di analisi e ricerca, la metodologia di lavoro che ho elaborato in questi anni richiede una fase residenziale di “prove di drammaturgia”. Il testo prende forma con gli attori, in un continuo stravolgimento delle dinamiche in esso contenuto seguendo i principi di logica e di realtà. Il testo antico diventa così drammaturgia contemporanea, cercando di salvaguardare la matrice, ma senza mai venirne schiacciati, in nome di un teatro che guardi al presente e non si rifugi nelle convinzioni e nei pregiudizi del passato.

Un percorso di drammaturgia contemporanea e di teatro d’autore non può quindi fare a meno di un periodo totalmente dedicato all’oggetto di studio e alle dinamiche relazionali degli artisti coinvolti nel progetto. Viviamo tempi di produttività compulsiva, nei quali uno spettacolo si allestisce in fretta e furia, si fa debuttare, ed è già vecchio. Ma il teatro non può essere risucchiato nella prassi della società della rivoluzione delle comunicazioni. Oggi comunicare è un gesto immediato, in qualsiasi circostanza e distanza; il teatro e l’arte hanno un altro Tempo – oggi rivoluzionario – e lo devono pretendere.
Peter Brook, ne “lo spazio vuoto” lo dice chiaramente. Per riuscire a creare la sua “Tempesta” il primo passo è stato sottrarsi dalla città e dagli “incastri”, e ritirarsi in residenza, in un luogo in cui altro non si può fare se non immergersi nell’oggetto di rappresentazione, provandone a carpirne ogni zona d’ombra.

Nel nostro processo artistico, la residenza con gli attori è un passo necessario per cercare di capire che cosa davvero stiamo cercando di mettere in scena: quella che nasce come un’idea scava i suoi percorsi e diventa tentativo di risposta a dei vuoti emotivi, a delle paure primordiali, a dei limiti invalicabili. Solo allora l’opera può nascere e abbandonare la propria dimensione puramente artigianale nella ricerca di un’unicità data, non dal tentativo di eliminare l’errore (come nell’artigianato), ma dalla sfida di percorrerlo e raccontarlo, come in una costellazione formata dalle proprie cicatrici.
E noi cerchiamo per davvero, non tanto risposte quanto domande, quelle del pubblico che si aggiungano alle nostre: può esistere un rapporto a due senza proiettare sugli altri le proprie paure? Qual è il patto iniziale e quando si trasforma in ricatto? Cosa succede alle cose nella corrente, dove vengono portate? e quando arriva la deviazione? Il corpo ha una sua violenza, parla con violenza? L’essere umano è un animale pacifico oppure la violenza fa parte di lui come l’amore, la passione, la gioia? Cosa accade se si rinnega il proprio istinto o se lo si lascia troppo andare? Quanto il confine tra vittima e carnefice è labile al di fuori dello stereotipo “uomo violento – donna violata”? Esiste un carnefice per ogni vittima? Qual è il punto di non ritorno?

Vogliamo sperimentare uno spazio in comunione con il pubblico. Lo spazio invita al movimento, produce un ritmo. La percezione non si fonda sulla sintesi di sensi diversi, ma implica un atteggiamento globale. Un colore può irradiare lo spazio tutt’intorno, un suono evocare una materia, una forma generare un gesto. Lo spazio agisce, l’attore reagisce. Noi vogliamo cercare di dare al coro un corpo, un volume, un respiro, farlo vivere al di là dell’estetica e della forma. Sperimenteremo il comportamento del corpo in relazione allo spostamento costretto, grazie allo sguardo periferico e all’attenzione ai comportamenti collettivi, per attivare la consapevolezza di un movimento generale: come mi muovo se mi adeguo all’andamento della folla? E se cerco di contrastarlo o sottrarmene, senza perdere la percezione del tutto? Come percepisco il suono della folla? E il rumore esterno? Tutto questo per arrivare ad una coreografia e polifonia.

INFORMAZIONI

MTM Teatro Leonardo
Via Andrea Maria Ampère, 1
da giovedì a sabato ore 20:30 – domenica ore 16:30
durata: 90 minuti

Biglietti: Intero 25€, Intero giornata di debutto 15€, Convenzioni 20€, Ridotto Arcobaleno (per chi porta in cassa un oggetto arcobaleno) 20€, Under30/Over65 15€, Scuole di teatro e Università 15€, Ridotto DVA 12,50€, Scuole MTM, Paolo Grassi, Piccolo Teatro 10€