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Cenerentola: la difficoltà di superare un lutto

Ha debuttato ieri 24 aprile al Teatro India (Roma) l’intelligente riscrittura, ad opera di Joël Pommerat, di una delle fiabe più conosciute di tutti tempi: Cenerentola, diretta da Fabrizio Arcuri. Nel cast Luca Antavilla, Valerio Amoroso, Matteo Angius, Gabriele Benedetti, Elena Callegari, Irene Canali, Rita Maffei e Aida Talliente.

Il teatro di Pommerat – uno degli autori più rappresentati in Francia -, aspira a far vedere la realtà sociale contemporanea documentata, e la realtà così come è plasmata, percepita o immaginata dagli individui a differenti livelli di consapevolezza. In Cenerentola, Pommerat da un punto di vista psicanalitico, attraverso il personaggio di Sandra (così è “rinominata” Cenerentola) dà forma al sentimento della colpa spesso sentito da un bambino quando perde uno dei suoi genitori e rappresenta un trasferimento dell’angoscia d’abbandono avvertito al momento del decesso. In questa Cenerentola l’incanto e la magia spariscono, Pommerat infatti si focalizza sul dolore di Sandra e del Principe, i quali hanno entrambi perduto la madre.

Infatti, Sandra – che in parte è responsabile del proprio malore secondo la logica masochista di un dolore impossibile – ha sempre con se un orologio/sveglia che ogni cinque minuti le ricorda di ricordandosi della madre defunta, perché soltanto così questa non morirà mai veramente e qui è inevitabile pensare al significato profondo de I Sepolcri di Ugo Foscolo. Sandra trasforma la sua paura di essere lasciata da sua madre in un una paura legata al suo potersi dimenticare di lei, di abbandonarla alla morte. Solo il ricordo, sembra a Sandra, di poter colmare questa paura. Solo riuscendo a vedere la sua situazione da “esterna”, Sandra, riuscirà a superare questo trauma. Sarà il Principe “portatore del lieto fine” (anch’egli orfano di madre) a far superare questo trauma a Sandra. Responsabile di tutta questa situazione sarà un’incomprensione tra Sandra e la madre sul letto di morte. Qui Pommerat sottolinea l’importanza della parola. Per conoscere l’incomprensione vi tocca andare a teatro, perché ne vale veramente la pena! 

Arcuri grazie alla sua regia riesce a far emergere in modo molto chiaro il “disegno” della riscrittura di Pommerat. Interessante è la figura del narratore interpretato da Elena Callegari (interprete anche di una delle due sorellastre). Un narratore extradiegetico che racconta la storia al passato adottando uno stile descrittivo, ricorrendo ad un discorso diretto,  indiretto che gli conferiscono una certa obiettività o neutralità del punto di vista. Senza nulla togliere al resto del cast – lo spettacolo dura due ore ma non c’è tempo per annoiarsi o distrarsi – eccezionali sono le interpretazioni di Rita Maffei nel ruolo della matrigna, Matteo Angius nel ruolo del Principe e di Gabrielle Benedetti nell’originalissima fata madrina.

Dopo Cenerentola che resterà in scena fino al 29 aprile sarà la volta di Pinocchio, dello stesso drammaturgo, regista e cast in scena dal 28 al 29 aprile.

Concludiamo con le parole di Pommerat:

[…] Io gli racconto delle storie di bambini (in riferimento ai bambini). Non delle storie per bambini. Ma delle storie di bambine (Cappuccetto Rosso) e di bambini (Pinocchio). Gli parlo di loro […]. Quando parlo ai bambini, non divento estraneo a me stesso. Non imito, non vado a copiare il loro linguaggio. Vado alla ricerca di quello che in me mi lega a loro. […]

tratto da: Joël Pommerat, Pinocchio, Arles Cedex/Paris, Actes Sud – Papiers Éditeur, 2015, p. 86.

Informazioni su Giorgio Volpe (117 Articoli)
Giorgio Volpe Redattore Spettacolo Nato nel 1990, amante dell’arte, soprattutto di quella scenica, si laurea nel 2013 in Scienze Umanistiche (Arti e Scienze dello Spettacolo - La Sapienza/Roma) con una tesi su “The Lion King – il musical” e nel 2018 consegue la specialistica in Lettere e Filosofia (Spettacolo, Moda e Arti Digitali - La Sapienza) con una tesi dal titolo "Teatro Ragazzi. Esperienze tra Italia e Francia". Quello della scrittura giornalistica è un hobby che gli permette di abbinare l’utile al dilettevole.