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La cura dell’arcivescovo di Milano scienza, umanità e attenzione verso se stessi nel discorso ai medici dell’Istituto dei Tumori

Il ruolo del medico nel rapporto con la persona prima ancora che con il paziente, la gestione complessa della malattia nell’adolescente, le cure palliative, ma anche il rispetto e la cura per se stesso, sono alcune delle tematiche importanti già oggetto della lettera dell’Arcivescovo “Stimato e caro dottore…”

“La condivisione della sollecitudine e della cura per chi soffre nel corpo e nello spirito ha sempre visto alleati uomini di Chiesa e uomini di scienza, anche se non li ha uniti la fede ma lo spirito di servizio[i]”. Con queste parole, Monsignor Mario Delpini, Arcivescovo di Milano, introduce la sua lettera “Stimato e caro dottore…”, indirizzata a tutti i medici per condividere riflessioni profonde sul loro delicato ruolo e sul rapporto con il paziente. Ed è la lettera il punto di partenza dell’incontro organizzato e tenutosi qIstitutouesta mattina 7 febbraio 2020 alle ore 10,00 presso l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano , un momento di confronto con i medici, il personale sanitario e i pazienti su argomenti quali l’umanizzazione della malattia e la necessità di mantenere sempre al centro la persona – e non solo il malato – durante tutto il percorso di cura.

“É un grande onore accogliere l’Arcivescovo di Milano, Mons. Delpini, presso la nostra struttura e avere l’occasione di riflettere insieme su temi di estrema attualità sui quali l’Istituto è impegnato da sempre .L’INT rappresenta una realtà unica dove si cerca di coniugare la cura della malattia alla cura dello spirito in un ‘continuum’ mirato ad alleviare la sofferenza dell’uomo, preservando il diritto alla dignità di ogni malato. Tutto questo è possibile solo grazie al contributo dei medici e di tutto il personale sanitario che ogni giorno, con grande impegno e disponibilità, supportano i pazienti”. Ha dichiarato Marco Votta, Presidente dell’istituto Nazionale dei Tumori di Milano.

La quotidianità del rapporto tra medico e paziente è intrisa di parole e azioni che possono accendere positività, o al contrario, aggravare il peso psicologico già causato dalla malattia. Anche per questo, come viene sottolineato nella lettera, la professione medica va vissuta come una vera e propria vocazione a prestare aiuto e conforto, e a prendersi cura delle persone considerandole nella loro totalità.

“Medici e personale sanitario ogni giorno sono a contatto con la sofferenza e con persone che cercano risposte alle grandi domande dell’umanità. Questioni fondamentali che la malattia induce ad affrontare e sulle quali si fonda il costante dialogo tra la scienza medica, l’etica e la dimensione spirituale”. Ha aggiunto Don Tullio Proserpio, cappellano dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano.

Al centro del dibattito vi è poi anche il contatto con la sofferenza e l’esperienza della malattia in particolari momenti del percorso di cura, ad esempio quando si allontana la possibilità di una guarigione completa ed è necessario ricorrere alle cure palliative, oppure quando ci si trova a gestire la complessità della malattia in pazienti adolescenti.

“Diventare medici ‘per vocazione’ significa percepire che c’è qualcuno che chiama, che chiede aiuto, che invoca soccorso: si tratta del malato1”

Medici, infermieri, psicologi e altri operatori della salute, insieme formano un’équipe multidisciplinare essenziale per il paziente in ogni fase della sua malattia, e hanno la responsabilità di far sì che l’umanizzazione della medicina diventi la norma.

“Questa responsabilità grava ancora di più sulla spalle di coloro che lavorano nelle cure palliative, perché senza umanità il nostro lavoro perderebbe di significato. Non possiamo esimerci da una profondità nella relazione di cura che includa il confronto con livelli più reconditi dell’assistenza, come le valutazioni etiche, della storia individuale, le convinzioni filosofiche e religiose. Sono aspetti che appartengono alla dimensione spirituale del paziente e che fanno parte del progetto terapeutico delle cure palliative”. Ha sottolineato Augusto Caraceni, Direttore della Struttura Complessa di Cure Palliative, Terapia del dolore e Riabilitazione dell’INT.

“Il medico che si prende cura dei suoi pazienti non può trascurare di prendersi cura di sé stesso, della propria salute, della propria vita familiare, della propria vita spirituale1”

“Medice cura te ipsum” (medico cura te stesso) recita un versetto del vangelo di Luca e che oggi assume un significato ben preciso, di profonda attualità: prima di voler insegnare qualcosa agli altri e di correggere i loro difetti, elimina i tuoi.

“Il medico deve essere il “portabandiera” di ciò che chiede al paziente sia nel percorso di cura che nell’aspetto e nei comportamenti. Oggi sappiamo che oltre tre casi di tumore su dieci potrebbero essere evitati con la prevenzione che è basata prevalentemente su un corretto stile di vita: si tratta però di un programma impegnativo, che può essere sviluppato solo quando si riesce a costruire una solida alleanza tra lo specialista e la persona, con l’obiettivo di evitare la malattia oppure di limitarne i danni”. Ha spiegato Ugo Pastorino, Direttore della Struttura complessa di Chirurgia toracica dell’INT.

“La pratica del lavoro in équipe chiede una metodologia e un’attitudine che sono da imparare ad esercitare. Questa attenzione ha indotto a pensare che sia opportuno integrare nelle équipe di medici, specialisti in scienze psicologiche1”

La malattia può comparire in un momento delicato del processo di crescita e i più giovani si trovano ad affrontare la diagnosi e le terapie oncologiche mentre, al contempo, sono chiamati a non perdere l’appuntamento con il raggiungimento di tappe fondamentali del loro sviluppo, personale e relazionale.

A parere di Maura Massimino Direttore della Struttura Complessa di Pediatria Oncologica : “La malattia oncologica è un percorso difficile ed è necessario far sì che l’adolescente si apra agli altri e crei con i medici e con i pazienti coetanei quei rapporti speciali che caratterizzano solo questa fascia di età. Tutti i medici, gli psicologi e l’assistente spirituale, insieme alle figure degli insegnanti, degli educatori e dei riabilitatori lavorano pertanto nello stesso ambiente con l’obiettivo di affrontare insieme, oltre alle difficoltà della malattia, le fasi fisiologiche della crescita”.

“La persona non è solo un meccanismo, non è solo un ‘corpo’ che può ammalarsi: questa ovvietà è oggi esplicitamente e generalmente riconosciuta. In ciascun uomo e in ciascuna donna c’è una dimensione fisica, una dimensione psicologica, una dimensione spirituale1”

La lettera di Monsignor Delpini si rivolge al medico, il pilastro di ogni percorso di diagnosi e di cura. Ma, come scrive l’Arcivescovo della città meneghina, “l’organizzazione del Servizio sanitario esaspera procedure e protocolli e contingenta il tempo da dedicare al singolo paziente”. Per questo è fondamentale il ruolo dell’infermiere e di tutte quelle figure assistenziali che accompagnano personalmente il malato nel difficile percorso di cura, proprio come faceva Antonietta Guadalupi, che ha svolto la sua attività assistenziale presso l’Istituto Nazionale dei Tumori e per la quale è stato aperto il processo diocesano di canonizzazione lo scorso 8 gennaio.

Sostenuta da una fede incrollabile, Antonietta Guadalupi ha dedicato oltre 25 anni della sua vita a portare conforto e assistenza spirituale ai pazienti ricoverati, per lei una vera e propria missione portata avanti fino a quando è mancata per un tumore. Un esempio di disponibilità e dedizione che è rimasta nel cuore di chi in Istituto l’ha conosciuta, ma anche un modello cui ispirare per tutti gli operatori della salute che vivono fianco a fianco dei pazienti.